Dal canto decimosesto dell’inferno
Il comando ovvero del rapporto con la collettività
Il
poeta, dopo aver, nel canto precedente, delineato il rapporto con il
singolo, evidenziando quello
educativo
del maestro, si cimenta, da par suo, in questo più complesso, più
intrigante, che esita nel
comando.
Il
rapporto con la collettività è più difficile, più disturbato, tant’è
che, allo sfondo della pioggia di
fuoco,
si aggiungono l’acqua ed il suo rimbombo, elementi essenziali a creare
di confusione e di
necessaria
fretta un’atmosfera, che, se innaturale per il cittadino, sembra
consona al politico:
“Già
era in loco onde s’udia ‘l rimbombo
dell’acqua
che cadea nell’altro giro,
simile
a quel che l’arnie fanno rombo,
……………………………………..
sotto
la pioggia dell’aspro martiro.”
Colpisce
in primis il comportamento di Virgilio, il dottore, che prima “
s’attese”
e dopo “Aspetta:
a
costor si vuol essere cortese
”,
con l’invito all’ossequioso rispetto verso i detentori del potere,
perché
degni di particolare riguardo sono gli uomini valenti nel comando sia in
pace che in guerra.
A
differenza dell’impulso verso Brunetto Latino “
I’
non osava scender della strada per andar
par
di lui
”, la ragione consiglia con
velato rimprovero “i’ dicerei
che meglio stesse a te che a lor la
fretta”.
La
modalità di rapportarsi, con opportuna fretta per chi si rivolge al
potere, si caratterizza per il
politico
come dote innata non solo di
sicurezza
e rapidità decisionali, ma
addirittura di veloce
intuizione
“ Sostati
tu ch’all’abito ne sembri
essere
alcun di nostra terra prava
”.
Stupenda
la similitudine dei lottatori, perché il politico è un
lottatore:
migliora
i punti di difesa “
nudi e unti,”
non dando appiglio al nemico con la nudità e negandogli la
possibilità
di presa con l’unzione;
non
ti concede le spalle
“ il visaggio
drizzava a me”, per cui è
difficile sorprenderlo;
è
sempre pronto ad afferrare la fortuna e la convenienza “
avvisando
lor presa e lor vantaggio”;
sta’
sicuro che, prima di venire all’attacco, ha studiato l’avversario
con rispetto;
il
tutto e sempre, senza un attimo di tregua “
continuo
viaggio”.
Questo
è
l’habitus di chi si dedica all’arte
del comando:
“qual
sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando
lor presa e lor vantaggio,
prima
che sien tra lor battuti e punti;
e
sì rotando, ciascuno il visaggio
drizzava
a me, sì che ‘ntra loro il collo
faceva
e i piè continuo viaggio.”
Poi
l’invito a non lasciarsi fuorviare dalle apparenze, dal contesto “
miseria
d’esto loco sollo” e
dal
particolare, “
tinto aspetto e
brollo”, ma di attenersi ai fatti:
“la fama nostra”;
“in sua vita fece
col
senno assai e con la spada
”; “la
cui voce nel mondo su dovria esser gradita”,
perché il politico
è
pragmatico,
si attiene ai fatti, quelli d’ interesse pubblico.
Come
non rapportare il
“S’i’
fossi stato dal foco coperto,
gittato
mi sarei tra lor di sotto,
e
credo che ‘l dottor l’avria sofferto;
ma
perch’io mi sarei bruciato e cotto,
vinse
paura la mia buona voglia
che
di loro abbracciar mi facea ghiotto
al
“Se
fosse tutto pieno il mio dimando
….voi
non sareste ancora
dell’umana
natura posto in bando;
ché
‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la
cara e buona immagine paterna
di
voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate
come l’uom s’etterna”
del
canto precedente?
Quanta
diversa intensità partecipativa differenzia i rapporti tra le due
entità messe a confronto!
Ma
qui c’è il Dante “bruciato e cotto” dall’esperienza politica,
passione che ancora intera palpita
a
tal punto che ”
gittato mi sarei
tra loro di sotto,
…………………………………..
c
he
di loro abbracciar mi facea ghiotto”.
C’è
una distanza incolmabile tra le esperienze, giovanile ed adulta…
quella come di un ricordo
che
accora e questa viva, perché attuale, sofferta, ancorché innaturale.
Se
il desiderio di sapere dove sono quei “
ch’a
ben far puoser gli ingegni”sembra
soddisfarsi, la
confusione
aumenta sempre più nel lettore insieme con l’incredula perplessità,
perché veramente si
tratta
di persone eccezionali, non solo per qualità civili, per virtù morali
anche.
“la
fama nostra il tuo animo pieghi”;
“Questi…………………………….
fu
di grado maggior che tu non credi:
…………………………,
ed in sua vita
fece
col senno assai e con la spada”;
“……………………………la
cui voce
nel
mondo su dovria esser gradita”
e
soprattutto
“
cortesia
e valor dì se dimora
nella
nostra città sì come sole”.
Ma
come è possibile il paradosso che gente simile sia posta nell’inferno
tra i peccatori contro
natura?
E
la risposta vien gridata “
con la
faccia levata” e suona condanna
eterna di sì orrevole operare:
“
La
gente nova e’ subiti guadagni
orgoglio
e dismisura han generata,
Fiorenza,
in te sì che tu già ten piagni.”
Quanta
rispettosa delicatezza nel personificare i governanti nella città
governata, accomunati nel
pianto
questa e nel dolore delle piaghe quelli!
Han
generata vorrebbe significare che i genitori dei corrotti costumi
fiorentini sono stati proprio
loro
con il loro comportamento politico?
C’è
qualcosa di sbagliato nella gestione del comando, di quella che si
condanna come peccato
contro
natura, perché è innaturale all’umana convivenza la forma di governo
che per Dante non è
accettabile,
pur in presenza di tanti valenti, onesti, capaci cittadini… che alla
fine
“
guardar
l’un l’altro com’al ver si guata”.
Non
entro nel merito, ma la fugacità delle fazioni politiche e la rapidità
del loro prodursi, del loro
cangiante
trasformismo e del loro modo di alternarsi al comando, contribuiscono a
giustificare la
condanna
del sistema o meglio dei genitori del sistema come peccatori contro
natura.
Un
cenno al ruolo della donna-moglie da parte di Iacopo Rusticucci con :
“………………………
e certo
la
fiera moglie più ch’altro mi noce”.
Il
richiamo alla fierezza della parte complementare (moglie-opposizione)
evidenzia, ancor di più
e
meglio dell’analoga scomparsa del binomio cortesia-valore, da un lato
che la misoginia politica è
miopia
politica, con una sorprendente anticipazione ad una precorritrice
parità tra uomo e donna, e
dall’altro
la necessaria convivenza con la controparte, nel superamento degli
innaturali confini di
una
politica limitata ad personam et pro domo sua.
24 giugno
2011 Giovanni Morra
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